giovedì, 12 maggio 2005

non ci posso credere, mihanno liberato anche qui.

beh, nel frattempo ho aperto un altro blog.

decidero' il da farsi.

mettto l'indirizzo

 

www.swcpd.splinder.com

affluite numerosi; dopo tanta astinenza, un po' di comagnia.ciao

 

postato da: swprakash alle ore 14:55 | Permalink | commenti (1)
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sabato, 23 aprile 2005

quando ho fatte leggere le lettere che l'anonima e me ci siamo scambiati sull'altro blog, una mia cara amica mi ha detto di averle apprezzate anche se l'anonima, secondo lei, soffre un pò dei asfissia, di una mancanza di collocazione sociale; di una vita vera, insomma.

mi sembra una buona cirtica.

ripropongo qui quello scambio.

naturalmente ho prese in considerazione le critiche dell'amica. e ci sto ancora pensando.

Anonima 1

 

 

Ieri ho ricevuto questa lettera. Credo sia stata spedita all’indirizzo sbagliato. Leggendola bene, però, mi è sembrata una sorta di lettera aperta; a chiunque.

 

La inoltro perché se qualcuno dovesse riconoscere il mittente, magari può avvisarla/o.

 

Non so se ho violato qualche sottintesa segretezza.

 

Non lo so.

 

Come del resto, spesso, non so in senso lato.

 

 

 

 

 

Caro amico, ti scrivo brevemente come sta andando questa giostra di vita.

 

Ti chiedo solo di pazientare e di accettare questa mia come fosse un quadro astratto: parole come colori, pensieri come forme informi, significati duttili adatti all’interpretazione soggettiva da critico dell’arte (altrui).

 

Allora vado e butto là queste pennellate.

 

 

 

Lo so, ci vediamo poco e quando quel poco si verifica, siamo sopraffatti dall’ansia del non tempo.

 

L’ultima delle ricchezze per poveri come noi, artisti mancati, esseri umani piegati dal vento che abbiamo sempre preso in volto respirandolo tutto con l’ingordigia dei bimbi che esperiscono l’odore della vita in divenire; ci siamo fatti mancare anche l’unico dei tesori possibili: il tempo per stare bene, darci carezze a piene mani con leggerezza e amore.

 

Corro, non ho tempo, sono vittima del mio alibi e sto talmente male da non avere più la forza di stare bene anche soltanto per dei brevi frammenti.

 

Io do la colpa ai tempi moderni, alla televisione, al governo, ai preti, alla mancanza di spiritualità e ad un’altra valigia piena di concause.

 

Ma d’altronde non è facile accettare la bruttura, la secchezza delle fauci e dell’entusiasmo perduto, col tempo, quando ho iniziato a capire che mai avrei capito.

 

E tu, dentro quali gabbie nascondi la tua verità?

 

Non ti mancano le sensazioni di stupore, la bocca aperta e gli occhi sgranati così per niente?

 

E il cuore che batte e la felicità che trabocca e la tristezza che s’alza verticale?

 

Ti vorrei stringere così forte, e ridere e piangere e dire che mai mi rassegnerò a quest’anestesia dolorosa e sorda.

 

Ma non so più fare gesti d’amore.

 

Non li so contenere più.

 

Restano solo intenzioni, come aborti.

 

L’istinto messo a tacere perché maleducato e sconveniente.

 

Vorrei partire per arrivare da te e dirti che vorrei, in quel momento, soltanto essere lì con te.

 

 

 

Insomma, sto cercando di dirti che mi sento oppressa da quest’inutile lottare.

 

Lottare contro chi o cosa; lottare cosicché possa attaccarmi all’idea che c’è un nemico.

 

Ma io so che la mia unica amica e nemica sono io e che tutto origina da qua dentro.

 

E spendo energie e fatiche per cercare di dimenticarmene senza però riuscirvi.

 

A talvolta avrei bisogno di te per raccontarti tutto questo; perché di ritorno avrei la tua delicatezza, il tuo pensiero, la tua instabilità.

 

E mi renderebbe felice, condividere.

 

Ma non so più essere felice; ho eretto le difese e non passa più niente; né noia, né gioia.

 

E questo mi consente di non essere nemmeno infelice.

 

Sono diventata un essere anafettivo per paura.

 

Un utente bulimica di tivù, di discorsi senza nutrimento, di pensieri troppo farciti di autocommiserazione e autoreferenzialità.

 

 

 

C’è un senso di inutilità che mi pesa e schiaccia senza sosta.

 

Un vortice che mi coinvolge e rapisce perché vuoto.

 

Il desiderio di pienezza che mi stomaca.

 

Vorrei poter non pensare che ogni cosa non fatta è perduta; e che ogni errore mi stordisce amplificando come un’eco il mio rammarico.

 

Vorrei non aver bisogno di scriverti questa lettera ma sarebbe soltanto l’ennesimo bluff.

 

 

 

Perdonami se ti coinvolgo in questa mia intima dichiarazione di disfatta ma non so fare altrimenti.

 

Procrastinare la verità sarebbe riproporre ancora la messinscena che mi ha ridotta così, stremata e condiscendente al desiderio.

 

La schiavitù sembra essere la mia sola possibilità di salvezza.

 

Solo così mi sentirò come tutti gli altri.

 

 

 

Naturalmente, ognuno è libero di interpretare questa lettera come crede.

 

Inoltre mi piacerebbe, nel mio prossimo post, rispondere.

 

Ma la mia vita è un forse, e magari domani sarà un però.

 

Cristiano prakash

 

 

 

postato da: swprakash alle ore 11:11 | Permalink | commenti (16)
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mercoledì, 20 aprile 2005

 

 

Che gran polemica su nazione indiana. Che spettacolo pirotecnico.

 

Manca solo Scarpa, che secondo me avrebbe delle buone parole da scrivere in proposito.

 

Su N I commento di rado.

 

Temo, in un certo senso, il giudizio; o peggio, la silente indifferenza di chi è ormai lì e non ha tempo di guardare in basso. E io abito lì, in basso.

 

È molto interessante, secondo me, capire dal di dentro un mondo che di solito si guarda da fuori. E lo si guarda, parlo per me,  come il bimbo che ammira la vetrina del negozio di giocattoli. Lingua fuori, salivazione abbondante, sogni di piccole glorie, di piccole affermazioni personali.

 

E anche di dimostrare il proprio valore, di mostrare quel che di solito resta nascosto in pagine che pochi leggono.

 

E anche la realizzazione di un sogno mitizzato e forse ormai cementificato in un’idea che non ricorda nemmeno più quando è nata.

 

Scrivere sarebbe il mestiere che più mi piacerebbe, credo.

 

Ma alla mia età tutto si rivela nella sua nuda verità. E questa verità ha l’aspetto della caramella col ripieno amarognolo. E la verità e la realtà collimano stavolta. E allora si parla di scrittori duri e puri che hanno un unico paio di pantaloni tenuti assieme da graffette ( mi pare ne parlasse Elio Paoloni, in uno dei suoi soliti, chiarissimi interventi, nel quale parlava appunto di priorità o meno della scrittura nei confronti della propria vita); di altri che vendono il loro sapere a giornali e convegni e scuole; di altri ancora che graffiano e sputano veleno perché non riconosciuti nel club di oligarchi alternativi di sinistra col cipiglio dello scrittore che lo si riconosce subito, finanche dalla postura intelligente.

 

E però non s’è ancora parlato di noi; o meglio, lo si è forse fatto, ma sotto tono.

 

Quei noi, sono gli embrioni degli scrittori potenziali.

 

Siamo coloro che credono di avere qualcosa da dire e di essere riusciti a scriverlo, quel qualcosa. Ma che serve una botta di culo per farsi leggere da quello giusto che si innamora dell’idea di aver scoperto uno che gli sarà grato per il resto dei suoi giorni per l’appoggio.

 

Quando sognavo e godevo dell’idea di essere uno scrittore potenziale, una parte del godimento era dovuto al fatto che ci avrei preso dei soldi. Non tanti, magari, ma un po’. Ma poi leggo che ogni anno sono a migliaia a farcela, che nessuno, se non amici stretti, parenti, e deus ex machina personale, li conoscono e leggono.

 

Sì, perché ho smesso da un po’ di pensare e dire che scrivo per me.

 

Io scrivo per me, ma ancor più per gli altri.

 

Scrivo perché gli scritti vanno letti.

 

Ma non riesco a spingere quest’idea oltre il confine del fatalismo: sarà, se il destino lo vuole; non faccio niente di più per forzarlo, il crudel destino.

 

Per cui sono ancora nella fase embrionale, e come status, e come prassi, e ho deciso di inviare i miei racconti alle case editrici.

 

Ne ho pronti almeno una decina.

 

Ne avevo già parlato tempo fa.

 

Ho già una piccola schiera di fans che mi hanno letto o ascoltato e che tifano per me e che, se un giorno dovesse riuscirmi di entrare nella schiera di coloro che si possono autodefinire scrittori, compreranno il libro e vorranno l’autografo e diranno ai loro amici di avere una amico scrittore.

 

E forse parteciperò a qualche incontro nel quale si tesseranno le lodi della mia sensibilità e arguzia.

 

O forse tutto tacerà.

 

Dei miei manoscritti mai si saprà nulla.

 

I miei racconti saranno solo ipotesi pre-parto, potenzialmente plausibili, simpaticamente papabili, teneramente illusori.

 

Ma almeno so, apologia dell’aspirante scrittore che aspirerà per tutta la vita, che non c’ho rimesso poi tanto. Che rimarrei così come sono, con la stessa aura e le stesse convinzioni di adesso. Che non ci rimetterò nemmeno tanti soldi, ma solo pochi spiccioli. Che non potrò dire di essere uno scrittore, ma che in fin dei conti c’è di peggio nella vita.

 

E della restaurazione?

 

Lascio che ne parlino quelli veri, quelli che possono dirne qualcosa in quanto conoscono dal di dentro i giochi. Quanto a me, continuerò a leggerne cercando di consolarmi, qualora non dovessi riuscire nel tentativo di far parte della categoria, e a dirmi che fare lo scrittore è, in fin dei conti, una bizzarria del mio ego.

 

 

 

Cristiano prakash dorigo

 

postato da: swprakash alle ore 20:07 | Permalink | commenti (5)
categoria:cronache
domenica, 17 aprile 2005

Da ieri a oggi è passato un giorno e un giorno sono ore e  minuti e attimi che a scavare bene avranno pure un senso. Perché dovrei aver vissuto l’esperienza della mia vita se questa non avesse nelle sue interiora un significato che magari ci è sfuggito tanto si corre?

Devo ammettere che un’idea me la sono fatta ed è scandalosamente banale:  direi addirittura ordinaria e talmente sciocca da vergognarsi di pronunciare la sua verità.

Ricordo anni fa quando per me era importante recuperare il tempo buttato nel cesso inseguendo sogni che si sono trasformati in incubi. Non capivo razionalmente cosa cazzo dovessi fare ma e perciò seguivo il mio istinto che quasi sempre trasferiva il suo verbo nell’agito. Non so come funziona con le donne quando sono incinte e hanno quelle brucianti voglie insopprimibili; per me era una cosa simile; un ordine partiva da dentro e arrivava al mio corpo il quale agiva. Facevo cose che adesso per questioni abitative non posso più fare: partivo e raggiungevo i boschi che circondavano le colline della cittadina in cui abitavo.

Una volta arrivato mi scioglievo nel silenzio e nei colori di quei posti raggiungendo livelli di beatitudine incommensurabili. Per qualche ora tacevo e ascoltavo quel nulla apparente che poi poco a poco si rivelava: era una questione di attenzione; oppure era soltanto l’essere abbandonato e senza richieste ne pretese ne desideri;  essere  ricettivo e assorbire quel sistema di segni invisibili e inudibili; eppure concreti anche se delicati.

Questo non risponde al significato: semplicemente cancella le domande e restituisce l’assenza di prospettive e di rotte precostituite. Quando vivevo quei momenti di gioia intima tutto cadeva e si svelava nella sua semplicità.

Poi tornavo alla vita di sempre e mi chiedevo perché non potesse essere sempre così come sin poco prima: perché?

Forse adoperarsi totalmente nella ricerca di quel perché “senza ragione” corrisponde al motivo per cui siam qui. Per imparare a disimparare; per essere semplicemente senza voler essere qualcun altro.

Spero di non essermi spiegato razionalmente ma di aver solo dato uno stimolo alla parte irrazionale del tuo essere.

La ricerca della mia verità è da allora il mio scopo e mi ci prodigo ogni volta che il da fare non me lo impedisce.

Però credo in quest’arte e mi sento artista ogni qualvolta riesco a trovare l’estasi anche per un solo nano-secondo.

E mi sento così vivo che mi rendo conto di quanto sia morto ogni volta che non lo sono.

E mi innamoro di questa vita preziosa anche quando sento il peso della sofferenza perché so che c’è la possibilità di far passare il dolore così come la gioia. E io sarò sempre lì a guardare passare entrambi; abbandonato e fiducioso che prima o poi scoprirò la reale verità. E nel frattempo mi godo lo spettacolo.
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categoria:lettere
giovedì, 14 aprile 2005

 

 

Non ci capisco più niente. Sono circondato da un alone di nebbiolina che mi permea rendendo ogni possibilità di costrutto, volatile.

 

Sono giorni che gira dentro; ogni volta però, che cerco di acchiappare le parole, evaporano.

 

La sensazione d’impotenza nei confronti del proprio patrimonio letterario in divenire, m’è sconosciuta. Presumo dipenda dalla stanchezza fisica e mentale, una tale stanchezza, così vecchia, da aver fatto casa in me. M’immagino un campeggio nel quale, oramai stanziali, campeggiano cattive abitudini nei confronti delle quali, per spossatezza, rispondo con la forzatura dell’abitudine.

 

Ormai siamo tutti stanchi, e io sono parte dei tutti. E tutti siamo parte del tutto, anche se centra poco.

 

La stanchezza s’è cronicizzata ed è impossibile sottrarcesene: come affermazione mi sembra esagerata e paradossale ed è per questo che cerco di liberarmene come posso. Ma come posso?

Ognuno ha i suoi metodi, io ho il mio.

 

Innanzitutto esordisco dicendo una contraddizione in termini: ne prendo atto e nello stesso momento che compio quest’azione di benvenuto, mi prodigo affinché diventi un accoglimento temporaneo.

 

Nell’attimo in cui mi dico che lo sono, sono già in una fase di consapevolezza che presuppone la soluzione. La soluzione non può che essere ovvia, ma non per questo di facile attuazione.

 

Innanzitutto, prima ovvietà, devo stancarmi di meno.

 

In secondo luogo, devo scoprire che cosa mi stanca così tanto.

 

Ma forse andrebbe invertito l’ordine cui sopra.

 

La questione fondamentale, per uno che crede che la propria vita dovrebbe essere gioia e libertà, è: perché mi devo ridurre così?

 

Perché faccio quasi tutto perché devo, che poi m’avanza così poco spazio-tempo-energia da non riuscire più a fare quel che voglio?

 

Perché, pur vomitando da sempre parole infuocate contro il “sistema “, me lo ritrovo così aderente, così invasivo da faticare a liberarmene?

 

Perché faccio quel che faccio se quel che faccio non è in sintonia intima coi miei ritmi vitali, lenti, armoniosi?

 

Perché è così difficile essere quell’essere che alberga dentro me e mi suggerisce parole belle e immagini proporzionate e giuste cadenze temporali e che sorride di niente e che guarda il cielo e respira l’aria e sente il silenzio?

 

Sono in arretrato di riposo e dolcezza. Sono disarmonico e ansimante. Sono come non vorrei.

 

Ma il fatto di esserne conscio, mi dico, è il primo passo per ritornare sulla retta via.

 

E la mia retta via, è la via dell’essere presente sempre in ogni attimo del mio tempo.

 

Meno lo sono, meno sono.

 

Più lo sono, più sono.

 

 

 

cpd
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categoria:cronache
domenica, 10 aprile 2005

talvolta 

 

Me ne stavo a pensare alla mia vita, a come la sto vivendo e se sono davvero capace di prenderla e succhiarla tutta, respirarla a pieni polmoni, con l’ingenuità che, alla mia età, può assomigliare all’arroganza.

 

Sì, a pensare alla mia vita e a pensare a come sembra da fuori, a come la si legge guardandomi negli occhi; oppure di sfuggita, così, come quando ci si incontra per strada e ci si saluta veloci, senza convinzioni; oppure quando ci si ferma a scambiar due chiacchiere perché si ha il bisogno di stare assieme a qualcuno: uno qualsiasi, non importa chi sia.

 

L’incertezza che avvinghia ogni azione, ogni intenzione e pensiero.

 

Quel sentirmi in bilico, in un equilibrio precario, leggero col cuore pesante.

 

Al mio presenziare con la scrittura e la lettura l’avanzare incerto della vita, la mia e l’altrui, con il corpo e il respiro.

 

Ogni tanto mi perdo e poi mi ritrovo. Cambiato un po’, nel progress, con la stessa matrice che è instabile e spinta alla ricerca che non può fermarsi.

 

A cosa serve stare qui, lontano eppure con un sentire di vicinanza e colleganza con altre persone mai viste. Che a conoscersi ci si giudicherebbe e magari detesterebbe, o innamorerebbe e ricorderebbe per sempre.

 

 

 

Forme nere su sfondo bianco.

 

Messaggio in bottiglia.

 

Ricerca di senso nell’incomprensibile epoca idiota.

 

Ragione e torto commisti, figli della stessa madre.

 

 

 

Se ripenso alla mia vita ne esce un bel pensiero.

 

Un pensiero sul presente che convive con l’ansia di quel che verrà.

 

L’equilibrio di stare a camminare diritto con la nostalgia che aspetta sinuosa di riaccogliermi tra le sue braccia morte.

 

Sono qui, nella vita, come a casa mia.

 

A mio agio perché convivo col suo inevitabile disagio.

 

 

 

cpd
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categoria:cronache
giovedì, 07 aprile 2005

ancora un post già postato sul mio ex. può essere l'occasiuone per rilaggere, o meno.

ma il tempo è solo quello del copia e incolla.

mah!

 lettera promessa

 

Notte insonne,agitata che lo ha costretto in piedi già alle tre.

 

La colazione consumata senza voglia, un po’ di televisione, ma poca, vista la squallida offerta.  Poi, un vano tentativo di riconciliarsi con il sonno; ma non ce n’è, e lo sapeva.

 

Legge qualche pagina di un bel libro, che parla dell’esperienza mistica, sviscerata in chiave scientifica, da Krishnamurti, un maestro di vita.

 

La vita è un viaggio, un mistero, un’altalena. La vita che di notte , di solito, riposa e dorme ma non smette di girare dentro. E in questo buio e silenzio, l’istinto soffia un’idea, una voglia insolita.

 

Una doccia, una sbarbata, spazzolino e dentifricio: ore 4 e 20, c’è l’autobus notturno- mattutino che  porta a Venezia i lavoratori; sbrigarsi e prenderlo.

 

Una passeggiata, lunga e disordinata fra le calli; i colori del giorno da catturare, una lettera che aspetta da molto tempo di venir scritta e meglio ancora se viene dall’emozione dell’alba, quando le difese sono ancora sonnacchiose, il mondo sta preparandosi al solito, la gente non è ancora  folla che straripa e nausea, la vita rinasce alla luce che colora lo scuro della notte.

 

Il cammino nel deserto di calli e canali, il nero che avvolge ogni cosa come in un abbraccio, l’assenza di rumore, lo trasformano in un pellegrino e l’ambiente in un tempio.

 

L’eco dei passi, l’odore vivo della città, i luoghi conosciuti che setacciano lembi di memoria, sono l’ambiente ideale a suscitare ed evocare miscugli bastardi di sentimenti, ricordi, emozioni.

 

La destinazione è una panchina su cui sedersi e scrivere; scrivere con il cuore aperto; buttar fuori pezzi di vissuto che han bisogno d’aria perché dentro soffocano e diventano malattia.

 

La passeggiata è lunga ma lui cammina piano, ha bisogno di non pensare, di respirare ed accorgersi di quel che succede in ogni singolo secondo di quella porzione di vita, di porre attenzione al presente più prossimo.

 

La sensazione, che diventa timore, è quella di perdere altrimenti, quella grazia che lo sta accarezzando dentro, che gli suggerisce, muta ma comunicativa, che quello è il giorno giusto per farlo e perderlo significherebbe smarrire un’occasione tanto preziosa quanto unica.

 

 

 

A quest’ora ibrida si incontrano poche persone. Più che incontri, si tratta di occasionali e fugaci apparizioni di gente che abita, sonnolenta, dentro i propri vestiti; nascosti, quasi a proteggersi dal cambiamento ormai prossimo. Se vanno a lavorare dovranno, a breve, diventare efficienti, concentrati, lucidi; se tornano a casa  dormiranno, accompagnati dai ricordi di una notte passata chissà dove.

 

Questi pensieri leggeri, privi di giudizio, lo accompagnano durante la camminata mantenendo calmo e riposato il suo intento. Dovrà approfittarne, così come ha colto istintualmente l’occasione di adempiere alla promessa, fatta con sé stesso tempo addietro di lasciar andare in forma scritta, le sensazioni che l’avevano quasi paralizzato, strozzato, quando avvenne il fatto.

 

Manca poco alla panchina sopra la quale siederà e, penna e foglio in mano, materializzerà quel groppo, duro e compatto, che staziona nel  cuore e nella gola, da troppo tempo.

 

 

 

Il tempo, nel contesto metafisico di una Venezia sospesa tra l’ultimo denso buio della notte e l’imminente chiarore del giorno, sembra solo una parola dal suono inutile. Appare come una convenzione per definire il periodo che passa da quando si nasce a quando si muore; così come lo spazio, indefinibile nella prospettiva infinita in cui  si sente qui, ospite della storia, della bellezza, del genio umano che ha dato forma a questo miracolo, apparentemente tridimensionale, in realtà oltre ogni possibilità descrittiva. Si, perché è un continuo mescolarsi di immagini ed emozioni, di scorci e fantasie che lavorano come fossero autonome, indipendenti dalla gerarchia usuale; quasi smuovessero, indefesse, un nucleo che sta dentro e che risponde solo ad un ipotetico inconscio collettivo che solo qui esiste e resiste.

 

 

 

Fa freddo, l’umidità accerchia, penetra, come travasata dai canali.

 

Il freddo e il silenzio occupano il suo corpo creando un effetto respingente e al tempo stesso sinergico. La parte esterna del corpo è rigida, la pelle tesa e gli par quasi di sentire il gorgoglio delle vene che fanno scorrere sangue e ossigeno ai tessuti per ovviare a questo inconveniente. Contemporaneamente, questo lavorio continuo e frenetico, crea una sorta di pace dei sensi, una quiete dolce e delicata che  trasmette al palato un senso di sazietà;  non è assenza di fame, in questo caso; è più che altro un equilibrio, uno stato privo d’ansia e ambizione, placido e autosufficiente.

 

La mente, quasi zittita da queste manifestazioni che appartengono più al corpo, latita e soffre.  Torna con prepotenza al suo ruolo abituale attraverso incursioni dirompenti e chiassose. Rivuole il dominio; pretende di essere considerata regina incontrastata della coscienza. Come difendesse un privilegio ormai acquisito e indiscutibile, disturba le percezioni sensoriali pretendendo di catalogarle, accostarle ad aggettivi, salvandole in memoria.

 

Tutto ciò compromette l’equilibrio e la pace profonda di pochi attimi prima con giudizi razionali e categorici.

 

A tratti, però, torna il silenzio e tutto si riarmonizza.

 

 

 

Mentre annota fra sé questi cambiamenti, si accorge che ormai  manca poco alla destinazione.

 

Una panchina che sta a circa un metro dalla riva e si affaccia in laguna facendo godere di una vista sbalorditiva: di fronte si presenta immobile la disarmonia eterogenea che questa città, unica al mondo come vuole il luogo comune,  ingloba indifferente: centro storico, terraferma, zona industriale.

 

Immaginava  come potesse sentirsi una qualsiasi persona arrivando, ad esempio, in macchina.

 

Un muro invalicabile di auto e camion; una visuale urbana sconcertante dalla tangenziale da cui si vede il profilo disordinato di una città, Mestre, che si offre in tutta la sua casualità di case e strade senza continuità di stile. Poi la zona industriale con un breve scorcio su Marghera, quartiere nato in funzione di quelle fabbriche e quel porto, così grigi e tristi da esigere un minuto di silenzio interiore in solidarietà ai suoi abitanti ( tra cui, lui: i casi della vita e, soprattutto, il costo a mq delle case). E poi, quel ponte lungo quattro chilometri che avvicina gradualmente alla meraviglia.

 

E ora, lui, da quella agognata panchina poteva vedere quel trittico eterogeneo e sentirsene parte; multiforme, contraddittorio, paradossale; contenente tutto e il suo contrario, come nel simbolo del tao.

 

 

 

Ancora qualche ponte e suoi piedi, pur abituati alle passeggiate veneziane, si sarebbero riposati.

 

Il silenzio, speciale: adesso lo notava, si.

 

L’assenza del rumore di auto e scooter e camion. C’era il suono di qualche barca che eruttava un acre puzza di diesel marino, ma l’aria, il suo speciale profumo, era intrisa di acqua salata, e un misto composto da troppi elementi per essere tradotto a parole: era l’odore della sua fanciullezza che la memoria aveva preservato in qualche angolino conservandolo per un’occasione speciale; forse, proprio questa.

 

 

 

 

 

……… la lettera forse la scriverà. O forse si perderà nell’immobilità dell’istante. Se verrò a saperne qualcosa, giuro che lo racconterò.

 

 

 

Cristiano prakash dorigo
postato da: swprakash alle ore 11:12 | Permalink | commenti (2)
categoria:lettere
martedì, 05 aprile 2005

 

 

Il flusso del respiro.

 

 

Il respiro entra attraverso le narici, attraversa il naso e scende. Arriva fino alla pancia. Qui fa una curva importante come un tornante e torna su. Esce dal naso attraverso le narici.

 

 

 

Il respiro è un movimento involontario e avviene senza che gli venga dato un ordine preciso.

 

Se devo scrivere, ad esempio, ci devo pensare.

 

Il cervello dice alle dita di posizionarsi. Lo fa attraverso un meraviglioso meccanismo. L’ordine parte dall’alto, scende da dietro attraverso la colonna vertebrale. Da qui partono i fasci nervosi che ubbidiscono a quel che vien detto loro.

 

Ogni movimento ha più o meno questo meccanismo perfetto.

 

Si pensa, si fa.

 

 

 

Altri movimenti sono invece involontari. Fanno senza che gli venga ordinato.

 

Pensiamo ad esempio alla digestione.

 

Mangio perché ho fame. Che poi in realtà la fame, secondo me, è un mascheramento di un fabbisogno energetico.

 

La libido da cibo, le malattie ad essa correlate sono un’altra cosa.

 

Stiamo sull’apparato digerente. Compie il suo dovere a prescindere. Nessuno gli ordina di fare. La maggior parte delle persona, io per primo, non sanno come funziona. Sappiamo solo che mettiamo in bocca il cibo, lo mastichiamo, deglutiamo e poi, alla fine, quando sarà l’ora, lo espelleremo attraverso una soddisfacente cagata.

 

Quel che avviene tra quando mangiamo e quando caghiamo, è mistero.

 

 

 

Anche scrivere per me è un mistero.

 

Ho iniziato senza avere la minima idea di dove andrò a finire o di cosa volevo dire. Pensandoci un po’, adesso, mi spaventa l’idea di riuscire a scrivere tante parole senza dire assolutamente niente.

 

Non un concetto, né un’idea.

 

Solo parole nere su schermo bianco.

 

Eppure accade. Scrivo le parole che mi vengono suggerite senza premeditazione.

 

E l’atto meccanico del fare, questo credo di saperlo, non ha niente a che fare con il prodotto che ne uscirà. Può determinarne la velocità, la capacità di non fare errori di battitura; ma non la qualità, la strutturazione di parole che conseguono per logica.

 

Questo avviene in me quando scrivo.

 

Il mio meccanico stenografo esegue gli atti che servono a formulare concetti da un padrone silenzioso che abita in un’altra zona del cervello.

 

 

 

Tornando al respiro, che entra ed esce senza che nessuno glielo dica, se gli presto attenzione, mi dice molto di quel che mi succede dentro.

 

Mi dice che faccio spesso azioni di cui non sono cosciente. Che molto di me funziona senza che io lo sappia.

 

E quando mi siedo ad occhi chiusi, e osservo questo movimento, semplicemente modifico la coscienza di me stesso.

 

Nel silenzio mi rilasso. Con il solo entrare ed uscire del flusso del respiro.

 

Naturalmente questo vale per me.

 

E’ però anche un invito a provare: una proposta basata sull’esperienza diretta e non su un atto di fede.

 

 

 

Cristiano prakash dorigo cpd

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lunedì, 04 aprile 2005

 

 

Aurora sta guardando un video delle bratz mentre mangiucchia un pacchetto di crackers e un bicchiere d’acqua.

 

Mi dice che lei è quella, che tradisce ma poi viene perdonata dalle amiche.

 

Prende seriamente la barbarie sotto forma di cartone animato.

 

Io sto scaricando col sistema copia-incolla una cosa di moresco presa da nazione indiana; è tratta dai canti del caos 2, romanzo che so essere controverso quasi illeggibile e che dovrò, prima o poi, affrontare.

 

Sopra il tavolino c’è un giornale di ieri.

 

Lei legge i titoli al contrario, semi miracolo di una bambina di prima elementare cui mai abbiamo insegnato a leggere e scrivere prima del tempo.

 

Sillaba il titolo “il mon do pre ga per il  pa pa” e poi aggiunge “ alla radio hanno detto che il papa è morto”.

 

“ è vero, è morto”

 

“ poverino, ma non poteva andare in ospedale invece di andare in televisione?”

 

“ c’era andato, ma ormai era anziano, sai?”

 

 

 

aldo grasso dice che la realtà comprende la tivù, che non sono più entità separate.

 

Sì, sì, fanno le teste in studio con lui l’altra sera.

 

E se uno non guardasse la tivù, sarebbe fuori dalla realtà?

 

 

 

Mia figlia non è stata battezzata. Scelta coerente, ad esempio, con il mio non credere ai sacramenti, al peccato originale, ecc.

 

È cresciuta senza il concetto di Dio.

 

Avrà una vita distorta rispetto a coloro che invece l’hanno conosciuto sin da bambini piccoli?

 

 

 

La realtà e la verità che ancora tornano imperiosi.

 

Certo che affidarli a “terzi” mi sembra davvero rischioso.

 

 

 

Sono la somma di tutto quel che mi circonda, penso.

 

Ecco perché spesso tendo alla sottrazione.

 

 

 

Cristiano prakash dorigo
postato da: swprakash alle ore 06:53 | Permalink | commenti (3)
categoria:cronache
sabato, 02 aprile 2005

Non so bene come dirlo, ma devo.

 

E non so come, in quanto non lo so capire, se non a livello di sensi.

 

Credo che sia ormai giunta l'ora di quest'uomo polacco che ha il dono della coerenza. credo che sia il primo papa moderno tout-court e che abbia saputo fare del proselitismo in stile marketing. E ora, proprio questa politica della spettacolarizzazione ad ogni costo, la stia, coerentemente, portando alla conclusione più estrema.

 

credo abbia avuto grandi meriti e grandi torti in egual misura ( dal mio punto di vista ovviamente), incarnando pregi e difetti di ogni religione istituzionalizzata.

 

E non riesco a percepire solo un formale distacco da tutto ciò; cosa normale per me, che del papa, di solito, me ne frego.

 

Non se ne fa che parlare. Ne parlano i grandi e i grandissimi; e ognuno cita questo e quell’altro e dopo la prima citazione mi son già perso in quanto non ci capisco un accidente. Ma dietro tutto questo formale impegno a sembrare intelligenti – perché non si può perdere una simile occasione quando si sente profumo di storia in diretta - , mi chiedo, cosa ci sta?

 

Non è inaudito, tornando a me, sentire una certa tiepida freddezza per quest’uomo così straripante di simboli e virtù e importanza?

 

Possibile che non riesca a sentire la differenza nella rappresentazione simbolica?

 

Possibile non accettare, nemmeno ora, alla resa dei conti, la pretestuosità e la prosopopea della ragione dell’uomo sul divino?

 

Sì, non ce la faccio. Non so prescindere dal trovarmi discorde. E non so farmi invadere da spettatore passivo da tutto questo spettacolo che scolpisce a martellate le coscienze. Che sta facendo di quest’evento, l’evento per eccellenza.

 

Credo di essere troppo lontano dalla logica che prevale per essere lucidamente in sintonia con tutto questo dichiarare una dolorosa solidarietà a quel che conviene.

 

Conosco persone che pregano davvero.

 

Io non sono tra queste.

 

Ma sono con loro.

 

Anche se continuo a stare con me.

 

 

 

cpd

 

postato da: swprakash alle ore 11:38 | Permalink | commenti (2)
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